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NEPALNepal, Kathmandu, febbraio 1986. Come quattro -vagabondi del Dharma- vagavamo impauriti ed estasiati in vicoli sconosciuti a molti. Era il nostro primo grande viaggio e tutto era fascino, tutto era scoperta.
Fatti i primi scalini che portano al tempio intravedo un eremita intento ad ascoltate il passaggio dei fedeli che faticosamente trascinano la loro -croce- di speranza e paura sulla collina, dove forse un -Dio- misericordioso, forse ascolterà le loro pene, forse accrescerà le loro gioie. Mi fermo e fissandolo con incurante maleducazione cerco di imprimere il suo volto nella mia memoria. La sua faccia talmente scavata, implementata da una luce radente, sembrava una tavolozza imbrattata da un solo colore ma di toni diversi, dove un inabile pittore aveva posato il suo maldestro pennello sfregiandola. Gli occhi erano di ghiaccio, profondi, come se riflettessero le immense valli himalayane coperte da neve perenne. Non aveva vestiti e l’unico indumento che copriva a malapena l’inguine era di un color rosso. Apro lo zainetto ed eccitato dalla poesia che si era creata impugno velocemente la Nikon F2a.
Le grida spropositate del baba mi impauriscono.
Parole gettate al vento, visto che usava l’Hindi per comunicarmi la sua rabbia e
urla che sicuramente non riuscivano a scalfire la mia dignità, visto che non capivo la sua collera, ma il tono era deciso e risolutivo e il bastone alzato dava potenza al suo messaggio.
Decisi di allontanarmi perdendo per sempre l’opportunità di fermare l’incanto del suo ritratto.
Cento passi dietro, una compagna di viaggio, stava percorrendo con gesti tipici della preghiera tibetana la scalinata. Anche lei, attimi dopo, si lascia incantare dall’incontro con l’uomo dal perizoma rosso. Si avvicina e sedendogli vicino, lascia al suo sorriso, l’approvazione di potergli stare accanto.
Il sannyasi, solo dopo interminabili minuti, con un fluente inglese spezza il silenzio e chiede:

_ Vuoi conoscere?
_ Conoscere cosa? Il perché? Il dove? Il quando?
Rispose meravigliata la nostra compagna di viaggio.
_Conoscere e basta. Conoscere per essere pronti.
Annuì l’uomo dal viso butterato e dagli occhi di ghiaccio.
_ Si, voglio essere pronta.
La riposta in italiano non fece comunque attendere il suo riscontro.
_ A breve la tua vita cambierà.
Le parole del sannyasi rimbalzarono da gradino a gradino fino a raggiungere
metaforicamente il centro del tempio.
_ Morirò.
_ No, non morirai. Cambierai.

Pochi mesi dopo, era un caldo luglio del 1986, dopo aver scelto un semplice sentiero, inerpicandosi su un’inusuale pendio, scivolando da una levigata roccia, sbattendo su un soffice tappeto d’erba, la colonna vertebrale alla nostra compagna di viaggio viene spezzata da un piccolo sasso nascosto sotto il manto verde.
“Conoscere e basta, Conoscere per essere pronti” una riposta che resterà sempre impressa nei futuri viaggi.

Giuliano Radici
“Capitolo estrapolato dai miei vari diari di viaggio.”

Ps :: mi piacerebbe donare queste 7 immagini vintage [pezzi unici firmati e numerati] alla prima persona che mi mostra una donazione minima di 2.000 euro in favore del popolo nepalese.

Kathmandu

Kathmandu

Kathmandu

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Kathmnadu

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kathmandu

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Kathmandu

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Kathamndu

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